
Oggi iniziano i Mondiali. I Mondiali sono quella cosa che ospita un nugolo sempre più cospicuo di squadre nazionali (quest’anno 48, prima 32) in un’unica nazione per giocare a calcio in assenza dell’Italia.
Non sono un fan della nazionale. Mi interessa poco. Tanto più che non sono per niente nazionalista. Ho tifato per l’Italia solo quando i titolari della Juve superavano i quattro elementi, quando c’era il cosiddetto “blocco” che, detto fra noi, è l’unico modo con cui si possa vincere un mondiale, mentre con “altri” blocchi, e per altri intendo quegl‘altri, non ti qualifichi nemmeno. Come si sono autodefiniti? Ingiocabili. Appunto, ma non nell’accezione che intendeva il sosia meno bello di Pippo Franco.
Mi spiace solo nella misura in cui la generazione di mio figlio, per appassionarsi a un mondiale, debba ripiegare sul tifo per altre squadre, spesso fatte di palloni gonfiati attivissimi a livello social e possessori di rating stellari su EA Sports. Ma si sa che le emozioni non si decidono a tavolino, sorgono spontanee. E mi spiace che nei loro ricordi giovanili avranno sempre un buco incolmabile, quello del Mondiale vissuto nell’infanzia/prima adolescenza che per me si può riassumere in due momenti topici:
1. Esultare come se fosse mezzogiorno all’1:37 della notte dell’11 giugno di esattamente 48 anni fa, quando il mio idolo di sempre, Roberto Bettega, segnò il gol all’Argentina che poi sarebbe diventata campione del mondo (salvo poi prendere un fracco di mazzate da mia madre che stava dormendo completamente ignara dell’evento epocale che stava accadendo, convinta che in assenza di mio padre, impegnato nel turno di notte, non mi sarebbe mai venuto in mente di restare sveglio fino a quell’ora). Un’azione indimenticabile che Eduardo Galeano in Splendori e miserie del gioco del calcio descrisse così: «la giocata del gol italiano disegnò sul campo un triangolo perfetto, dentro il quale la difesa argentina rimase persa più di un cieco in mezzo ad una sparatoria».
2. Assistere alla vittoria impensabile contro l’imbattibile Brasile (loro sì, davvero ingiocabili) di Zico, Falcao, Socrates, Junior, Cerezo, Oscar, Leandro e (fortunatemente) anche Valdir Peres e Serginho, in un pomeriggio surreale, in cui, ancora una volta, mio padre faceva il turno di lavoro sbagliato, pover’uomo.
Potrei anche aggiungere il momento più alto del mondiale del 2006, anche se ero già grandicello: non il gol di Del Piero, che pur mi commosse fin quasi alle lacrime, ma la testata di Zidane a Materazzi, la giocata più bella di tutta la carriera di Zizou anche se non del tutto utile, perché non è che l’altro sia diventato più furbo. Un altro ingiocabile, ancora una volta.

Arrivati a questo punto, se ci siete ancora, vi starete chiedendo per quale assurdo motivo vi stia raccontando queste cazzate. Tranquilli, torniamo subito sul nostro terreno, era solo la solita digressione cui si lascia andare troppo spesso questo blog, volando sulle ali scivolose della nostalgia.
Dunque, tempo di mondiali non per minori. E non per il cinema, che con il calcio ha sempre avuto un rapporto davvero problematico. Lo diciamo da anni e l’abbiamo detto più volte anche qua sopra un cinque anni fa: il calcio al cinema non funziona. Tutto è sempre troppo posticcio. Al di là delle storie raccontate.
Ve lo spiego in 15 punti che reputo definitivi. Giusto per non tornarci più.
Perché il calcio al cinema non funziona
- (a mo’ di banale premessa) Il calcio è essenzialmente azione.
Il calcio vive nella continuità del movimento e nella progressione dell’azione all’interno dello spazio. Se fosse un genere, questo lo accomunerebbe al western. Ma è uno sport, e l’azione individuale, per quanto bella e risolutiva, ha senso solo nel più ampio insieme della manovra collettiva. Ossia, se la singola parte s’inserisce nel tutto che le fornisce il significato. - Il calcio al cinema è già stato superato dai video sul web (e questo punto potrebbe rendere superflui i successivi)
Il tentativo del cinema di isolare la singola performance per esaltarla sul piano audiovisivo e spettacolarizzarla narrativamente è ora già tutta negli shorts e nei collage che infarciscono il web e di cui si nutrono costantemente gli adolescenti (e anche gli adulti annoiati): nessuna pretesa narrativa, solo l’immediatezza del gesto inarrivabile. E l’immediatezza è la chiave di questo futuro incerto nel quale le storie non sono più essenziali. - Il calcio ignora quasi il primo piano.
Predilige la panoramica e il travelling, configurazioni visive che annullano i limiti dello schermo e restituiscono l’immensità dello spazio. - Il primo piano rappresenta una frattumazione della linearità percettiva.
Ciò che nel cinema è fondamentale per lo sviluppo passionale del racconto, nel calcio appare spesso come un’intrusione fastidiosa, soprattutto se inserita all’interno del vivo di un’azione (do you remember Holly e Benji e i loro preamboli esistenziali prima di ogni tiro?). - Tra calcio e cinema esiste una differenza inconciliabile nella collocazione delle inquadrature all’interno della catena emotiva delle immagini.
Le due forme spettacolari organizzano diversamente la partecipazione dello spettatore: nel calcio l’emotività, la passione nascono dall’unione di bellezza estetica del gesto e dell’utilità in funzione dello scopo, non dalla reazione del soggetto/attore alla sua performance, come nella restituzione cinematografica. - L’emozione calcistica nasce dalla continuità della visione.
Interrompere l’azione per cercare l’espressione di un giocatore significa allontanarsi dall’immediatezza dell’esperienza sportiva. - Il cinema deve necessariamente ignorare il modo in cui il calcio viene realmente osservato.
L’espressione dei giocatori acquista senso durante le pause del gioco; nel pieno dell’azione conta invece il rapporto tra uomini, pallone e spazio da colmare, che il cinema cerca impropriamente di avvicinare. - Il calcio televisivo si fonda su un legame dialettico tra lo spazio e il tempo dell’azione.
La spettacolarità del gioco nasce proprio dalla sintesi tra il geometrico dello spazio e il drammatico dell’azione. - Il giusto rapporto tra superficie e azione è quasi impossibile da ricreare cinematograficamente.
L’ampiezza dello spazio rapportata al dinamismo dei movimenti tende a sfuggire ai limiti dell’inquadratura cinematografica. - Il calcio possiede uno sviluppo dell’azione troppo ampio per essere racchiuso nello schermo cinematografico.
Ogni tentativo di restringere il campo visivo altera l’equilibrio complessivo del gioco e nemmeno l’IMAX potrebbe riprodurlo senza incorrere in una sensazione di straniante artificiosità. - La tecnica rappresentata appare quasi sempre meno spontanea e immediata della realtà sportiva.
Dribbling, palleggi, finte e tocchi di fino finiscono per assumere un carattere artificiale e innaturale, perché gli attori, quasi sempre, non sono giocatori professionisti e la differenza è evidente. Il cinema ne è ben consapevole e ogni tanto tenta l’escamotage: il più divertente è forse quello realizzato nel 1936 dal film sovietico Vratar (t.l. Il portiere, regia di Semyon Timoshenko), che velocizzò il movimento delle azioni, cercando di confondere con la singolare rapidità l’evidenza di una tecnica individuale non propriamente sopraffina. Il più furbo è stato Marcus Rosenmüller, regista di The Keeper – La leggenda di un portiere (2018) che ha spezzettato l’azione dopo ogni tocco per unirla impressionisticamente ad altri tocchi in altre parti del campo, in altri momenti della partita, in un collage che fornisce la percezione dell’azione, il senso ideale, non lo svolgimento. - Il montaggio rende ancora più innaturale la necessaria continuità dell’azione.
Laddove il montaggio, nel cinema, agevola la lettura in funzione della drammaticità, guidando l’occhio nell’azione e cancellando la discontinuità delle inquadrature, a causa dell’abitudine alla visione (televisiva, allo stadio) del calcio, quest’aspetto risulta fittizio.
Lo è ancora di più in quei film che acuiscono la disparità ricorrendo a immagini documentaristiche di vere partite in campo largo, per poi mostrare nei piani ravvicinati attori dai movimenti talmente rigidi che starebbero in panchina nella partita a calcetto dei panzoni del giovedì (vedi l’improvvido Best di Mary McGuckian o, se mai dovesse capitarvi la fortuna, il russo Eleven Hopes di Viktor Sadovsky, del 1976, nel quale, addirittura, i piani ravvicinati raccordano le vere immagini del Vicente Calderón di Madrid, in cui nella finzione la partita si sta svolgendo, con un prato finto fatto di plastica). - L’effetto finale è spesso un iporealismo che nuoce tanto al cinema quanto al calcio.
Da una parte si indebolisce la credibilità della messa in scena; dall’altra si perde quella visione estesa, armonica e partecipativa che rende il calcio uno spettacolo unico. Di contro, nel panorama attuale, fatto di CGI facilitante e AI incombente, il pericolo è un iperrealismo che rende il calcio più simile al videogioco che alla realtà dello sport (si veda Pelè di Jeff e Michael Zimbalist, 2017). Giusto però notare che è la visione del calcio che gli adolescenti preferiscono. - Il calcio è partecipazione prima ancora che rappresentazione.
Allo stadio, e anche in tv, diventa rituale antropologico ed emotivo; sullo schermo, inevitabilmente, si trasforma in qualcos’altro. - Ogni film sul calcio si scontra con una contraddizione strutturale.
Per raccontare il gioco deve tradirne la natura; per rispettarne la natura rinuncia agli strumenti fondamentali del racconto cinematografico. Totalmente Inconciliabile.

Il vero cinefilo, si sa, schifa il calcio. Fa bene, noi lo condividiamo. Si veda pure i suoi cazzo di film. Lo considera, nella sua variante più moderata, un passatempo per sottosviluppati, cosa che non possiamo certo negare. Ma il periodo del mondiale è totalizzante, nonostante l’assenza dell’Italia, e lo sarà per più di un mese, per cui è difficile sfuggire. Per i più miti che volessero tentare di conciliare i due aspetti, ecco una breve lista di titoli che si salvano. Che perlomeno non fanno sembrare quel gioco su rettangolo verde un grottesco teatrino di figure semoventi dalla grazia pachidermica.
Quindi, consci dei quindici punti appena elencati, ecco una lista molto stringata dei film sul calcio che si possono vedere senza essere pervasi da un’impressione farsesca o, peggio, da un persistente senso del ridicolo.

La lista essenziale
L’allenatore nel pallone
Non fate gli snob. Al di là del calcio, che per quel poco che si vede ha tutti i difetti di cui sopra, se non addirittura peggiori, è una fonte inesauribile di meme (all’epoca, di frasi antologiche) passati alla storia non solo del pallone ma anche del costume. «Bizona»; «M’avete preso per un coglione»; «Picchio De Sisti»; «Sella, tu in stanza stai…» «mister io sono già con Cavallo in stanza…» «Eh sì Sella e Cavallo è già fatto l’accoppiamento»; «Vaffanculo a te, mammeta…e Socrates!»; al panchinaro chiamato Crisantemi: «Certo che tu metti proprio molta allegria addosso alla gente: già c’hai questa faccia con questo pallore fisso, ti chiami Crisantemi, ti ho comprato i primi di novembre. Per cortesia, cerca di non gufare continuamente. Se no ti faccio rimanere nel loculo… ehm, nella panchina tutta la vita». La moglie che si chiama Mara Canà. Che gli vuoi dire?

shaolin soccer
Holly e Benji live action. Consapevoli che il calcio al cinema non può essere che fasullo, perché non darne una versione che vada ben oltre, al di là del realismo che solitamente mai si realizza e che sia fumettistica e spettacolare, divertente e iperbolica? Wuxiapian con il pallone, da vedere rigidamente nella versione originale, perché nella versione italiana i doppiatori dei monaci cinesi sono Pancaro, Delvecchio, Damiano Tommasi e anche cinghialone Peruzzi, che è stato un immenso portiere, ma che come voce dei monaci, così come gli altri, proprio non si può sentire.

il mundial dimenticato
Mockumentary ispirato a un racconto di Osvaldo Soriano (Il figlio di Butch Cassidy) su un fantomatico mondiale svoltosi nel 1942 in Patagonia di cui si sono persi tracce ed estremi. Vicenda curiosa, tocco surreale e la grandissima capacità di generare l’umorismo attraverso una ricostruzione fittizia colma di riferimenti storici e culturali. Non solo un film sulla mitologia del calcio, ma anche un trattato su come si costruisce una storia bellissima fomentando il sospetto che sì, forse ti sto dicendo una mare di puttanate, ma forse anche no. E allora resta il dubbio epico di quanto sarebbe stato bello se le cose fossero andate davvero così.

Fußball wie noch nie
Un uovo di colombo. Prendi il “Godard della Germania Est”, tal Hellmuth Costard, prendi una partita del settembre 1970, Manchester United – Coventry, campionato inglese di Prima divisione, fottitene della partita, prendi tutte le telecamere e puntale solo ed esclusivamente su uno dei migliori giocatori del periodo, Georgie Best, e fai in pratica l’esatto contrario di quello che fa la televisione quando trasmette le partite. Non c’è un solo piano largo, la palla è visibile solo quando è in possesso di Best: non è più calcio ma lo studio di un soggetto, il suo impatto nella partita, i suoi momenti di stasi, i tocchi, la corsa e i movimenti lontano dalla palla per smarcarsi. Al Godard dell’Est va pure di culo, perché Georgie segna il gol del vantaggio dribblando il portiere, come se fosse una ciliegina sulla torta. Anatomia di un campione, che 35 anni dopo due registi, Douglas Gordon e Philippe Parreno, ripeteranno per riprendere Zidane con lo stesso principio e con grande dispiego di mezzi tecnici in Zidane, un ritratto del XXI secolo. Zidane tocca più palloni di Georgie, certo, ma il confronto dimostra soprattutto quanto sia cambiato il calcio in quello stesso lasso di tempo.

forza bastia
Il Bastia, piccola squadra della Corsica, vive una stagione indimenticabile, unica, perché nel 1978 va in finale di Coppa Uefa, che — lo dico per l’alfa generation che non legge questo blog ma ha spesso il difetto di credere che il passato non sia mai esistito — era ben più di un’Europa League attuale, perché vi partecipavano tutte le migliori tranne i campioni nazionali, non dalla quinta in giù come adesso. Ebbene, come in tutte le piccole comunità, la finale di andata di Coppa Uefa contro il PSV Eindhoven diventa una festa di popolo che Jacques Tati (proprio lui!) e la figlia Sophie riprendono per un documentario di meno di mezz’ora a lungo inedito e rivelato solo nel 2002. Sì, c’è anche la partita (conclusasi 0 a 0; al ritorno gli olandesi vinceranno facile 3 a 0), ma quello che colpisce è la partecipazione di massa, l’entusiasmo naïf e coloratissimo di ogni singolo abitante della città, l’intervento collettivo per rendere praticabile il campo di gioco dopo il nubifragio, per un’appartenenza che si fa dichiarazione orgogliosa di identità, come forse per la prima e ultima volta nelle vite di queste raggianti persone.

Il profeta del gol
Visto che è il terzo film dalla stessa tipologia che citiamo di seguito, meglio precisarlo: il documentario non soffre dei problemi che patisce la fiction calcistica, perché ha il pregio di basarsi su immagini vere, non sulla loro spesso sconcertante riproduzione. Questo è il documentario che Sandro Ciotti dedicò nel ’76 a Johann Cruijff, uno dei giocatori più celebrati di quel periodo, vincitore di tre palloni d’oro (’71, ’73 e ’74) e di tre Coppe dei campioni (’71, ’72, ’73), insegnando calcio all’Europa prima che comparisse Arrigo Sacchi dicendo che il calcio lo aveva inventato lui. Si tratta di una ricostruzione minuziosa della carriera e della sua vita, che soffre un po’ di quel tocco di provincialismo troppo italiano, come direbbe Stanis LaRochelle, che fa sì che per interpretare il fenomeno Cruijff si intervistino giocatori della Roma (della Roma!!!), tra cui Ciccio Cordova (qualcuno di voi se lo ricorda? Immagino di no) che fa anche lo spiritoso affermando che probabilmente con loro, così ben amalgamati, Cruijff non avrebbe mai giocato titolare. Ma le immagini del campo, pronte a mostrare quei colpi, quella corsa da gazzella felpata, quelle rotazioni attorno alle quali girava anche l’asse terrestre, fanno in modo che le testimonianze improprie siano solo un peccato veniale.

Ted Lasso
Divertentissimo, a tratti sgangherato e improbabile (come è possibile che un tecnico del football americano alleni in Premier League non capendo davvero un cazzo di calcio?) ma incredibilmente coinvolgente e con molti episodi girati con una regia magistrale (per esempio le ultime puntate della seconda e della terza stagione: lezioni di suspense). I personaggi entrano nel profondo, le trame sono avvincenti, Jason Sudeikis è irresistibile nel suo ingenuo candore di figura sensibile e moralmente irreprensibile, la messa in scena delle partite è piuttosto credibile e si è tutti, alla fine, tifosi dell’AFC Richmond, con le sue beghe da squadra dilettantistica, con il sogno di accedere al calcio dei grandi. Un refrigerio, per chi, come me, a metà degli anni Ottanta guardava sulle reti private piemontesi (forse GRP, ma non ci giurerei) una serie misconosciuta tedesca, L’allenatore Wulff, una specie, per consonanza, di mister Wolf che risolve i problemi di un’altra squadra immaginaria, l’FC Neuenberg, impegnata nella Bundesliga durante il campionato 1972-73 ai tempi del duopolio Bayern – Borussia Mönchengladbach. Immagini di campo grossolane, ma intrecci ben articolati che affrontavano aspetti e problemi ad ampio raggio, in un realismo calcistico davvero apprezzabile.

Due tempi all’inferno
Chi ama il calcio e vede film conosce perfettamente Fuga per la vittoria. Chi di voi con le predette caratteristiche non ha mai provato a imitare la rovesciata di Pelè con risultati rovinosi? Ma il soggetto utilizzato da Huston non era nuovo, arrivava da una vera partita tra ufficiali tedeschi e giocatori ucraini disputata il 9 agosto del 1942 e soprannominata “partita della morte“, con un eccesso di drammatizzazione leggendaria che non corrisponde del tutto a come andarono realmente i fatti. Il primo film a raccontare tale vicenda fu Due tempi all’inferno del veterano del cinema ungherese Zoltán Fábri nel ’61. Due anni dopo il russo Il terzo tempo, diretto da Yevgeni Karelov. Poi, oltre a Fuga per la vittoria, che metteremo in elenco immediatamente dopo, un altro film russo, il relativamente recente (2012) Match di Andrey Malyukov. Due tempi all’inferno è probabilmente il migliore del gruppo e fornisce l’impostazione a tutti i prodotti seguenti, che agiranno soltanto attraverso varianti sullo stesso tema. C’è tutto: il campo di prigionia, l’obbedienza bovina dei collaborazionisti ungheresi, la disperazione e il mantenimento della dignità, il tentativo abortito di fuga, la rassegnazione e l’orgoglio finale. Scusate lo spoiler, tanto non lo vedrete perché è complicato procurarselo, ma alla fine c’è una carneficina perché i prigionieri vincono, diversamente dalle dinamiche hollywoodiane di Fuga per la vittoria. Tra l’altro con un rigore (netto) assegnato dall’arbitro italiano che si esprime in toni da operetta e resiste persino alle pressioni dei nazisti che tutto vogliono meno che perdere la partita nel giorno del compleanno di Hitler (e qua ammetto che il senso mi è davvero sfuggito: perché l’italiano si oppone e non accetta supinamente la pressione come storicamente è stato? Un omaggio dall’Ungheria al risveglio della Resistenza? Chissà). Fábri non teme di mettere in scena la partita in un campo allestito alla bell’e meglio: le riprese sono lunghe e ampie, l’azione è rispettata nella sua continuità, eppure il risultato non appare artificioso. Non si tratta infatti di attori fatti passare per campioni, ma di una squadra di fortuna il cui mediocre livello è assolutamente credibile. Contano l’onore e la fierezza, non la tecnica, è per questo che funziona.

fuga per la vittoria
Probabilmente, in un sondaggio fatto all’acqua di rose, alla domanda sul miglior film mai fatto sul calcio è il titolo che voterebbe una percentuale bulgara di persone. Perlomeno quelli che sono stati adolescenti negli anni Ottanta e speranzosi di fare una discreta carriera. Ma piace anche ai più giovani. Perché ha due banali meriti: è narrato con maestria tutta americana (con tutto quello che implica sul piano della tensione narrativa, del montaggio, della giusta durata dei piani, dell’adeguata progressione del climax, fino a giungere all’esaltazione epica) e la partita è quanto di più spettacolare possa essserci per via dell’invidiabile numero di campioni impiegati (a memoria: oltre a Pelè, Ossie Ardiles, recente campione del mondo con l’Argentina, Bobby Moore, capitano dell’Inghilterra mondiale del ’66 e impegnato ancora in qualche campetto degli Stati Uniti a dragare gli ultimi spicci della carriera, Kazimierz Deyna, capitano della Polonia terza ai mondiali del ’74 e talento dalla classe sopraffina, Mike Summerbee, 10 anni al City, Paul Van Himst, gloria nazionale del Belgio, John Wark, fresco reduce dalla vittoria della Coppa Uefa di quell’anno con l’Ipswich Town). Capito? Ma di che stiamo parlando? Confronto impari.
Tuttavia, tutto quello che di spettacolare si vede nel film, la rovesciata di Pelè e il rigore parato da Stallone (a proposito, fantastica la questione di dove si debba posizionare un portiere sul calcio d’angolo. Non glielo dicono mai, e quando all’ennesimo tentativo, poco prima della partita, glielo rivelano, lui risponde candidamente: «Pensavo voleste mantenere il segreto»), dicevo, rovesciata e rigore parato sono già presenti ne Il terzo tempo, come potete vedere qui sotto. Solo che se la rovesciata la fa Pelè passa alla storia (del cinema), se la fa un carneade russo (anche se proprio carneade non è: è Yuriy Nazarov, attore anche per Tarkovskij) non se lo incula nessuno.




forza Curaçao