Il mondo in parallelo: Backrooms

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Non è la prima volta che una leggenda metropolitana approda al cinema. Pensate allo Slender Man, il tizio alto e magro con le braccia lunghe, oppure ai coccodrilli nelle fogne di New York. (Peccato non ci siano arrivati gli uomini talpa che tutti i miei allievi e i loro affidabili cugini raccontarono di aver visto risiedere stabilmente pochi metri sotto di noi).

È però la prima volta che un colosso trendy della produzione indipendente, la A24, prende un ragazzino di 16 anni dalla prodigiosa fantasia e gli consegna le chiavi di un progetto ambizioso, con l’intenzione di spostare in avanti l’asse percettivo dell’horror, genere che, gli va riconosciuto, negli ultimi tempi ci ha fornito alcuni esempi mirabili come non accadeva da molto tempo (I peccatori, Weapons e anche il nuovo fenomeno Curry Barker di Obsession). Facendo le opportune proporzioni, opportunissime, sia chiaro, un po’ mi ha ricordato quando la RKO diede carta bianca a un esordiente che a malapena sapeva cosa fosse il cinema (aveva diretto una manciata di corti, alcuni mediocri, altri imbarazzanti) ma sul cui talento teatrale erano tutti pronti a scommettere e il risultato fu Quarto potere, uno dei pochissimi film a essere sempre più moderno man mano che invecchia (ed è per questo che pochi, all’epoca, lo capirono).

Non stiamo dicendo che Kane Parsons (è di lui che stiamo parlando) sia il nuovo Orson Welles (nessuno lo sarà mai, lo diciamo adesso e non lo ripeteremo più), ma Kane Parsons è interessante perché fa parte dell’ultimo modo che l’industria ha di reclutare talenti audiovisivi. Dopo la gavetta sul set, il super 8, gli studi universitari, i videoclip, la pubblicità e i videogames, siamo ormai approdati alla YouTube generation, di cui fanno parte anche i fratelli Philippou (Talk to Me, Bring Her Back) e il citato Curry Barker (e ancora prima Kogonada, passato dai videosaggi alla fiction d’autore).

Kane Parsons ha sviluppato il suo progetto Backrooms (é soprattutto di questo che stiamo parlando) in una serie di brevi episodi su YouTube (24, per un totale di 2 ore e 50 di prodotto), postata poi nel gennaio 2022, quando aveva solo 16 anni e una manciata di mesi.

Come molte delle cose di cui poi si dimentica l’origine, le Backrooms nascono improvvisamente, quasi per caso. Prima è una foto comparsa su un sito, che si è immediatamentre trasformata in un meme e infine è diventata una leggenda metropolitana, come si diceva all’inizio.
Il 12 maggio 2019, sulla board /x/ di 4chan (per i boomer come noi: un sito per la pubblicazione di immagini), un utente di cui si ignora l’identità sfida gli altri utenti a postare immagini inquietanti che trasmettano la sensazione di qualcosa di profondamente “sbagliato”. Tra le foto postate compare un corridoio giallastro, apparentemente inclinato, anonimo, privo di alcuna presenza umana. Uno spazio liminale, come si dice ultimamente: quei «non luoghi» generalmente di passaggio e connessione totalmente deprivati di qualunque soggetto e per questo fonte di una certa perturbante inquietudine (un parcheggio sotterraneo, le gallerie di un ipermercato dopo la chiusura, i corridoi dell’Overlook hotel prima che compaiano le gemelle: se si volesse approfondire in ambito cinematografico, date pure un’occhiata qua).

La foto originale comparsa su 4chan

È l’innesco della leggenda. Una dietro l’altra arrivano le ipotesi: le Backrooms esistono e non sono altro che uno spazio nascosto dietro il mondo reale, affiancato, a cui si accede tramite un “noclip”, termine che nei videogiochi indica l’attraversamento per lo più casuale dello spazio principale per accedere a luoghi attigui ma non progettati per gli scopi del gioco. Un errore che permette di ritrovarsi in una dimensione parallela, vicina al mondo di cui comunque non è parte. La viralità fa il resto, dilatando, moltiplicando ed espandendo il racconto originario e trasformandolo in leggenda collettiva grazie al contributo di chiunque.

Tra questi chiunque, Kane Parsons è quello che si è distinto maggiormente. Perché la serie da lui realizzata (eccola, sul suo canale), firmata come Kane Pixels, è un prodotto interessante soprattutto per l’operazione cultu(r)ale che ne scaturisce. Estetica low-fi che richiama tramite l’escamotage del found footage la texture fine anni Ottanta in cui la vicenda è ambientata (che prigrizia mettere in fila tutti ‘sti termini étranger: abbiate pazienza, fa davvero caldo), per un gusto retrò misterioso e quasi archeologico, in tempi di 4k.
Immagini di una sostanza inafferrabile, non parliamo poi del tentativo di ricostruirne una logica: l’inquietudine nasce proprio dall’impossibilità di definirne la reale natura, complici le poche notizie, l’avvicendarsi delle supposizioni sui forum e sui social, le ipotesi e le controipotesi, tutte egualmente valide, perché è proprio sulla mancanza di definizione certa che vivifica la leggenda e si espande la viralità.

Parsons nella Backrooms su YouTube lavora sulla forza delle singole immagini, sul loro eccesso di intensità, su una pienezza fatta tutta di vuoto e su un retroterra che mescola i videogiochi (Portal 2, ad esempio) con le ossessioni di autori del passato (da Lynch a Ernie Gehr): i piani su pareti che paiono prodursi per germinazione una dall’altra e tendere all’infinito sono frutto di una pura percezione e non ambiscono ad accedere a un significato. Punta a condividere l’esperienza tramite il processo primario freudiano, in cui confluisce tutta l’energia psichica non mediata da nessuna istanza razionale e discorsiva. E il risultato estetico è l’autonomia di ogni piano sostanziata da una procedura paratattica, accumulativa, spezzata anche nell’interruzione improvvisa e drastica di ogni traccia sonora. Non c’è alcun intento narrativo, la trasmissione è solo disturbante, isterica, disarmante, complessa da decodificare e per questo impossibile da normalizzare, anche psicologicamente.

Un’immagine sedimentale, che s’insinua nella mente per produrre una prigione dell’anima. Un meme iconico in grado di diventare contenitore narrativo, laddove il film prodotto dalla A24 richiede necessariamente una narrazione per potersi proporre come tale e superare gli altrimenti angusti confini dell’avanguardia e della sperimentazione video.

Come rendere quindi la narrazione rispetto all’esperimento di Parsons su YouTube? Il film, grazie anche alla riscrittura (esterna) di Will Soodik, perde per forza la sua natura spontanea e finto amatoriale perché non può più giocare lo stesso gioco, ormai scoperto e con regole differenti. E allora il film punta deliberatamente sulla (iniziale) soggettività di un personaggio (Chiwetel Ejiofor), sul suo percorso di scoperta condiviso con il pubblico, per un gioco di identificazione senza il quale non può esserci partecipazione. Il film rispetta solo l’estetica dell’ambientazione e la concezione di intrappolamento in un mondo parallelo, ma rispetto all’attività della Async, l’istituto di ricerca fittizio che studia e documenta le backrooms, centrale nella serie di YouTube, il film racconta tutt’altro.

Nonostante le apparenze, apparenze forti anche del fatto che il pubblico più consapevole si attende una continuità con l’idea originaria, l’indagine del film è invece introflessa: punta a risolvere un mistero inquietante ma si trova a guardarsi in una serie di specchi deformanti che hanno il carattere traumatico dell’incubo. E se quello che sto dicendo non è chiaro, e lo so bene, vi chiedo perlomeno di apprezzare la gimkana sintattica e lessicale per darvi conto di tutto senza dirvi nulla di quello che succede davvero ed evitare di rovinarvi il twist finale che, seppur abilmente seminato durante tutta la durata del film, è il vero valore aggiunto di un lavoro che fino a quel momento solleva anche il lecito dubbio che la storia stia sbandando in coda.

A ben guardare, il valore sedimentale dell’immagine alla quale si accennava prima in funzione della serie su YouTube, nel film si trasforma nella sedimentazione di un passato che si ripresente sotto forma di traccia mnestica elaborata e riproposta secondo i principi della condensazione, della dispersione e dello spostamento (a questo punto so che molti di voi sbotteranno chiedendosi di che cazzo davvero io stia parlando e se in realtà non tenti di percularvi fingendo invece il rispetto di non spoilerare: fidatevi, se dovesse capitarvi di leggere dopo aver visto il film vi potreste addirittura ritrovare in questi termini di ascendenza freudiana). E così la Backroom non è più solo uno spazio parallelo al di là di un muro a cui si accede grazie a un errore di sistema, ma l’errore di sistema è la chiave di accesso a una metafora psichica in cui più soggettività disposte alla compenetrazione si ritrovano a interagire e a intrecciarsi. E a frantumarsi.

Al di là dell’inquietudine perturbante (sempre per rimanere nell’ambito dei termini freudiani) connaturata alla scelta d’ambientazione, già di per sé creepy, Kane Parsons ha l’oculatezza di tessere la tensione giocando sul paradosso di un luogo fortemente caratterizzato eppure profondamente vario nella disposizione geometrica di via di fuga labirintiche sempre più ridotte e complesse. I movimenti lenti dei personaggi, il loro passo inevitabilmente circospetto di fronte a un percorso ignoto e le minacce avvertibili ma, perlomeno nella prima parte del film, mai rivelate completamente, semmai esperite con un’inquadratura sempre più corta di quel saggio secondo che evita al raccapricciante di trasformarsi in grottesco, sono da manuale del regista horror provetto. E quando quello stesso grottesco evitato in precedenza pare essere sfiorato più volte nella seconda parte, il significato va ricercato altrove, in quella soggettività sgretolata che genera mostri provenienti dalle ossessioni del passato.

Non sto qui a dirvi che Kane Parsons è il nuovo astro nascente dell’horror. Non me ne frega se lo sarà o meno, ci sono già altri che lo giureranno sul loro onore e per di più è impossibile affermarlo se non scommettendo inutilmente su un futuro insondabile, perché l’apporto dell’intera macchina produttiva dell’A24 è fin troppo evidente e l’astuta qualità della sceneggiatura, mutando la natura del meme originario, ha disinnescato i rischi di depotenziamento che avrebbe potuto avere una stessa materia narrativa portata in un ambito ricettivo e spettatoriale differente.
Però la capacità di mettere in scena la purezza del vuoto, drenato da ogni orpello che non fosse strettamente necessario, è immagine di un’essenzialità visiva che si fa essenza estetica. Se per voi è poco, andate a vedervi Scream 7.

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Pubblicato da giampiero frasca

Scrive di cinema, ma solo quando gli va.

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