Probabilmente ricorderete una delle scene di maggiore tensione di quel capolavoro un po’ sottovalutato che è stato Munich di Spielberg, quando un’intera squadra del Mossad impegnata a far saltare in aria l’appartamento parigino del presunto capo di Settembre Nero in Francia si attiva per scongiurare l’attentato ormai in atto quando capisce che la figlia dell’obiettivo sta inaspettatamente tornando a casa.
Quanta galanteria e quanti anni sono passati da quando ci si preoccupava di queste cose, tanto più che la salvaguardia dei bambini si trovava anche in altri film, come in American Sniper, nel momento in cui Bradley Cooper tirava un sospiro di sollievo nel vedere il bimbo che puntava un lanciagranate contro un carro americano lasciar cadere l’arma, oppure ne Il diritto di uccidere, nel quale l’uccisione di alcune vittime innocenti di una guerra al terrorismo condotta dall’alto dei cieli provocava lacrime nei lanciatori a causa del senso di colpa.
Quanto descritto non è quello che si vede in Naza, film di Yuval Abraham e Rachel Szor, la metà israeliana del quartetto che aveva firmato No Other Land (gli altri due erano Basel Adra e Hamdan Ballal). Anzi, i bambini (e le loro famiglie e i civili innocenti in genere) sono proprio i Naza, ossia quelli che nel gergo dell’IDF, le Forze di difesa israeliane, sono gli effetti collaterali di un obiettivo militare. Se questi effetti collaterali raggiungono l’85% rispetto al raggiungimento degli obiettivi militari o se detto obiettivo viene mancato o addirittura si rivela sbagliato, poco importa: lunga e impervia è la strada che conduce alla vittoria su Hamas.
Abraham intervista 24 membri di alcuni reparti scelti dell’IDF e dell’intelligence che hanno partecipato a vario titolo a queste operazioni, e Rachel Szor lo riprende fedelmente sui tetti di Tel Aviv, mentre intorno la città vive la sua notturna quotidianità ed entra in diretta antitesi, con la sua calma, le sue luci, la sua febbrile attività, con le macerie prodotte dalle operazioni di cui si parla sui tetti: il fulcro di tutto sono i sistemi utilizzati per intercettare gli obiettivi da colpire, che rendono il reparto scelto dell’esercito una specie di Dio dell’Antico Testamento pronto a scagliare la sua rabbia contro gli empi e a punirli come manco a Sodoma e Gomorra. Sistemi basati sull’intelligenza artificiale come il “Lavender“, che riesce a triangolare le varie comunicazioni degli smartphone per individuare la presenza del soggetto da colpire, o come l'”Homeland“, capace di entrare nel cellulare di ognuno e sentire ogni singola parola, da quelle banali a quelle compromettenti, o come addirittura il “Where’s Daddy?“, protocollo di tracciamento che scatta ogni qualvolta si sentano le parole «papà» e tutte le declinazioni del verbo «tornare», spesso pronunciate dai figli dei sospetti in attesa dell’arrivo dei genitori e rivelatorie di una presenza che diventa immediatamente condanna.
Yuval Abraham e Rachel Szor wanted in Israele
Il film non offre altro che le interviste ai soggetti, che compaiono solo con la sagoma, al buio,immersi nella notte. Profili diversi che diventano un’icona comune, accomunata dalla stessa azione: colpire il palazzo dell’obiettivo con l’accetta e non con il bisturi, perché i Naza, il danno collaterale, fanno parte della guerra di difesa dal terrorismo palestinese e la loro morte è figlia della stessa necessità di sicurezza nazionale. Queste sagome non hanno nomi, né volti, solo forma, pur essendo soggetti privilegiati, attori in senso etimologico, intesi come coloro che compiono o, meglio, che hanno compiuto l’azione. 24 testimoni oscuri, dalle voci camuffate digitalmente a causa del timore delle sicure ripercussioni diventano di fatto un unico personaggio, cangiante ma dall’identica funzione, vista attraverso la sola prospettiva proposta. Il susseguirsi delle identità celate dei vari soldati alla fine fa smarrire i confini tra l’uno e l’altro e diventa struttura, blocco, azione sistemica impegnata nella distruzione e non esperienza individuale.
Un sistema integrato in cui ognuno è parte di un tutto votato all’annientamento, concetto che, pur mediato da tecnicismi, legittimato da questioni legali e mitigato da facili eufemismi, adombra quella parola che non si può usare se non si vuole rischiare di essere accusati di antisemitismo (questione speciosa, ma si verrebbe automaticamente condannati se dovesse passare l’attuale disegno di legge sull’antisemitismo in Italia — approvato in prima lettura dal Senato e attualmente in fase di esame alla Camera — che si basa sulla definizione dell’IHRA, International Holocaust Remembrance Alliance, la quale prevede che anche la condanna delle azioni di Israele si possa configurare come reato — mentre la JDA, Dichiarazione di Gerusalemme, accetta che si possa distinguere l’antisemitismo dalle critiche al governo israeliano e al Sionismo).
Difficile però non pensare alla ricaduta morale di quella stessa indicibile parola o a simili tecniche di sterminio quando si sente raccontare di interi gruppi di persone uccisi con divertito sadismo dai cecchini perché staccatisi improvvidamente dalla coda per ricevere il pasto degli aiuti umanitari. Noi qua ne facciamo una questione lessicale, lì invece non cambia la sostanza tra il vivere e il morire. La Storia è curiosa, perché è spesso ricorrente (chiedere a Giambattista Vico o anche a Niccolò Machiavelli) ma in questo caso ci sentiamo di sconfessare Marx, perché qua di farsa non c’è niente, sono solo tragedie che si sommano e che mostrano curiosi ribaltamenti tra angariati e aguzzini, come suggerito anche dal film, quando viene inquadrata la rassegna dedicata dalla cineteca di Tel Aviv a Claude Lanzmann, autore del ben noto Shoah, imprescindibile documentario fiume sui sopravvissuti dei campi di sterminio, per una memoria che si riattualizza conducendo sempre alla stessa risultante fatta di vittime innocenti, al di là delle ragioni di nazionalità, colore, religione.
Amos Goth spara sui prigionieri del lager in Schindler’s List
Yuval Abraham, uno dei due registi, segue la vicenda da tempo. Prima di diventare film, l’inchiesta era comparsa sulle pagine di vari periodici e non aveva sollevato nessun polverone. Trasformato in film è stato il finimondo. Netanyahu ha proposto revocare la cittadinanza a chiunque diffami i soldati dell’IDF (anche se alla vigilia delle elezioni dovrebbe più preoccuparsi di The Bibi Files, il film inchiesta di Alexis Bloom che lo accusa apertamente di corruzione, in alcune sale in questo stesso periodo). Il ministro della cultura e dello sport, Miki Zohar, che abbiamo già citato a proposito di The Sea, ha proposto un’indagine per verificare se le informazioni ricevute da Abraham e Szor direttamente da Hamas si possano configurare come tradimento della patria. Tutto questo mentre manifestanti fuori dall’abitazione dei genitori di Szor inneggiavano alla condanna a morte della figlia. Sui media israeliani, il film è stato criticato per essere dichiaratamente di parte, aver ignorato gli attacchi del 7 ottobre, l’uso di scudi umani e di tunnel da parte di Hamas; altri, persino critici della politica del governo, hanno invece biasimato la deontologia dei due registi per aver fatto ricorso a 24 fonti di fatto anonime (che tuttavia una didascalia iniziale si premura di confermare nella loro attendibilità).
Alla Mostra del cinema di Venezia il film ha ricevuto una standing ovation di quasi 25 minuti, che è un indiscusso record, eppure lì in laguna sono passati alcuni dei più grandi capolavori del cinema. Al contrario, nel cinema della città a nessuna attuale vocazione in cui l’ho visto io, alla fine del film è scesa una cappa pesantissima di silenzio e gli spettatori sono defluiti all’esterno senza emettere un solo fiato. Reazioni diverse riconducibili a uno stesso fattore di partecipazione emotiva. Ma una riflessione banale, in quel silenzio opprimente in cui sono rimasto invischiato, m’è balenata in mente: che vita può avere un film come questo? Quali effetti può far scaturire, malgrado la scelta del «Guardian», che coproduce, di renderlo disponibile gratis sul suo sito dopo le tre giornate di distribuzione nelle sale?
Gli applausi a scena aperta di Venezia, il silenzio gonfio di commozione della sala cinematografica e probabilmente di tutte le altre sale cinematografiche sono reazioni partecipi ma attese, del tutto prevedibili. Appartengono a un pubblico che è andato lì intenzionalmente, che vuole vedere confermata la sua tesi già delineata. Naza non ha nessuna possibilità di fare proseliti e nemmeno ambisce a farli, perché nell’era delle fake news appositamente sguinzagliate, dei social, dell’ideologia individuale che si fa protervia, dei commenti sguaiati e delle tesi che diventano dogmi inattaccabili, perché nessuno è disposto a conoscere ma solo ad affermare le sue idee, questo film si rivolge a una precisa bolla. Chiunque altro non faccia parte della bolla è pronto a rifiutarlo, a confutarlo, ad aggredire perché lui ce l’ha più lungo degli altri, soprattutto se gli altri sono circoncisi (lo sono anche i musulmani, eh). Naza sarà vero ancor prima di entrare in sala per chi lo va a vedere e pretestuoso quando non addirittura inattendibile per chi ha deciso a priori che mai lo vedrà. Sposta qualcosa? Nulla. Dota solo di un grado maggiore di consapevolezza: che uccidendo a uno a uno tutti i membri di Hamas se ne andranno con loro anche i vicini di casa. Finché non ne rimarrà più nessuno. Quelli della bolla inorridiranno e si chiuderanno ancora più nel loro spesso silenzio. Tutti gli altri esulteranno. E non importa se fino a tre anni fa questi stessi altri consideravano gli ebrei né più né meno di come li concepivano i nazisti durante le leggi di Norimberga.
Per quelli della suddetta bolla, perché è vero che non nutriamo molte speranze su una soluzione positiva della questione, ma è pure vero che sarebbe delittuoso non continuare a parlarne, segnalo che anche quest’anno si terrà, dal 16 al 18 ottobre, sempre nella città senza più vocazione, il Nazra Palestine Short Festival. Qua le informazioni: https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=122303140670217384&id=61556521523861, perché dopotutto crederci, pur illudendosi, mantiene vivi e anche mediamente più simpatici di quegl’altri.
tutto falso
Basta fare propaganda di menzogna
ça va sans dire.