The Sea: il film israeliano che tutti corrono a vedere. Intervista al regista Shai Carmeli-Pollak

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C’è un film comparso all’improvviso, senza tanti strombazzamenti ma che è diventato subito virale come un meme. Frutto del passaparola tra cinefili e di alcuni articoli che lo hanno segnalato puntualmente, fatto sta che durante la settimana di programmazione nella città a vocazione industriale smarrita ma sempre piuttosto progressista, si è registrato il tutto esaurito praticamente sempre. Io stesso, che come al solito decido solo mezz’ora prima di andare al cinema, sono rimasto fuori perché in sala non entrava neanche più uno spillo, impedimento che mi ha obbligato a un secondo tentativo organizzato prudentemente con un certo anticipo.

Sto parlando di The Sea, film candidato da Israele agli Oscar nonostante qualcuno nel governo di Netanyahu lo abbia criticato aspramente, al punto da voler rivedere il criterio di finanziamento pubblico al cinema e da tagliare i fondi alla cerimonia di premiazione dei premi Ophir, in pratica i David di Donatello israeliani, che ne hanno sancito il trionfo con cinque premi (tra cui miglior film, sceneggiatura e i migliori due attori principali, il giovanissimo Muhammad Gazawi, esordiente, e Khalifa Natour).

The Sea è un film di una semplicità disarmante pur nella sua estrema complessità morale. È una storia sui sogni infranti di un’intera generazione condotta con una messa in scena precisa e immediata, attenta al particolare e a ogni minima reazione di volti e corpi dei personaggi, interpretati quasi tutti da attori non professionisti (tranne Khalifa Natour, nel ruolo del padre). La sua forza è la capacità di collocarsi nel giusto mezzo tra la restituzione di un sogno e il realismo quotidiano della popolazione che vive tra Israele e Palestina. Non una denuncia di violenze e soprusi, non ci sono mostri e aguzzini come in quasi tutte le narrazioni prodotte da quelle parti che giungono sui nostri schermi, solo la normalità di una struttura militare e politica che produce un senso di soffocamento e di frustrazione, capace di far crollare qualunque ambizione, come se fosse un’allegorica attuazione del supplizio di Tantalo.

Come i grandi apologhi, la vicenda è essenziale: Khaled, un dodicenne residente a Ramallah, in Cisgiordania, ha l’occasione di recarsi in gita al mare con la sua classe. Il mare è solo a un’ora di distanza, ma lui non l’ha mai visto, perché si trova in territorio israeliano. Giunti al checkpoint, però, i militari lo fanno scendere dal pullman a causa di un permesso non valido e lo costringono a tornare indietro. Sconfortato, Khaled non intende aspettare passivamente: sulla sua impazienza pesa anche l’esperienza della nonna che gli rivela di essere andata al mare solo in età avanzata, e allora il ragazzo parte, scappa di casa, attraversa il posto di blocco e va verso il mare. La sua fuga mette in allarme la famiglia e il padre, che lavora clandestinamente a Tel Aviv, si mette sulle sue tracce per evitare guai peggiori.

Un film di questo tipo meritava sicuramente qualcosa di più che una semplice trattazione su questo blog. Tanto più di questi tempi, in cui del problema Palestina si parla molto meno, nascosto dietro un cessate il fuoco che è solo una cortina fumogena. E così, grazie all’intercessione del produttore Baher Agbariya (tra i suoi film, Paradise Now e Il paradiso probabilmente), abbiamo contattato Shai Carmeli-Pollak, israeliano, non solo abile regista del film e persona di deliziosa disponibilità, ma anche attivista per i diritti di palestinesi e rifugiati, come dimostrano due dei suoi lavori più importanti, Bil’in Habibti (2006), sulla resistenza di un villaggio palestinese a una barriera eretta per sottrarre gran parte del territorio, e Ha-Plitim (2008), sulla drammatica esperienza dei rifugiati africani che cercano asilo in Israele.
Abbiamo quindi discusso direttamente con lui alcuni degli aspetti del film.

Shai Carmeli-Pollak

In Italia non siamo abituati a vedere questo tipo di narrazione proveniente dal vostro Paese; di solito guardiamo film che ci orientano verso la tesi che il film cerca di presentare, quasi interamente dalla parte dei palestinesi, mentre The Sea offre qualcosa di diverso: il tuo film non è un’accusa diretta, ma piuttosto una sorta di viaggio picaresco, un’esperienza che per Khaled, il giovane protagonista, assomiglia a una storia di formazione interrotta nel suo momento cruciale. Non ci sono personaggi malvagi, nessuna violenza indiscriminata; vediamo persino (e questa è una novità per i nostri schermi) persone disposte ad aiutare il ragazzo. Ciò che incontra sono tutti ostacoli strutturali, impossibilità create dalla situazione profondamente divisa in Israele. Questa interpretazione è corretta?

Accetto senza dubbio questa interpretazione. Personalmente sono molto impegnato politicamente e mi batto contro l’occupazione da oltre vent’anni. Ho anche realizzato un documentario intitolato Bil’in Habibti (che all’epoca fu proiettato al Festival del Cinema di Torino), la cui ideologia politica era molto chiara: seguiva la lotta del villaggio di Bil’in contro la barriera di separazione e mostrava l’ingiustizia, la disuguaglianza e la violenza che i palestinesi subiscono per mano delle forze di occupazione. Quando ho iniziato a pensare al film di finzione, ho pensato che non sarebbe stato giusto raccontare la storia allo stesso modo. A volte gli spettatori sviluppano una certa resistenza quando percepiscono che il regista sta cercando di “educarli”. Ho pensato che mostrando un aspetto dell’occupazione meno legato alla violenza e più alla restrizione della libertà di movimento dei palestinesi, senza cercare di essere “sensazionalistico”, la storia avrebbe potuto avere una forza emotiva ancora maggiore. Naturalmente, non volevo cancellare nulla, ma per la mia conoscenza della realtà da entrambi i lati del muro, so che negli incontri quotidiani le persone non si comportano necessariamente in modo violento. Il sistema in cui viviamo – che può certamente essere paragonato all’apartheid che esisteva in Sudafrica – danneggia soprattutto i palestinesi, ed è proprio per questo che diventa “trasparente” per la maggior parte degli israeliani, che lo danno per scontato. (C’era persino un’espressione ossimorica che si usava dire: “occupazione illuminata”). Quando proietto il film al pubblico israeliano, che è stato esposto alle dure critiche del governo, spesso si stupiscono che gli israeliani non siano ritratti come “mostri”, e si stupiscono anche di scoprire diverse cose che i palestinesi subiscono sotto l’occupazione, cose di cui non avevano idea. Questo crea un effetto emotivo molto forte. Allo stesso tempo, dico tutto questo con una certa riserva. Abbiamo girato il film nel 2023. Da allora, ci sono stati gli eventi del 7 ottobre e le atrocità che Israele ha commesso a Gaza e anche in Cisgiordania. Temo che oggi, un viaggio come quello di questo bambino verso il mare potrebbe essere molto più pericoloso e potrebbe incontrare ostilità da parte di israeliani che hanno subito un processo di radicalizzazione. Oggi, molti “mostri” camminano tra noi – persone che hanno commesso atti terribili durante il servizio militare – e la realtà è ben diversa.

The Sea è un film che non è piaciuto al governo israeliano: Miki Zohar, il Ministro della Cultura e dello Sport, ha persino preso in considerazione la possibilità di rivedere il sistema di finanziamento cinematografico. Un certo pubblico italiano conserva ancora vividi segni del disprezzo, dell’accusa di tradimento, che molti israeliani hanno mostrato nei confronti di Yuval Abraham in No Other Land. Come hai vissuto, da israeliano, le reazioni al tuo film? Ci sono stati attacchi personali violenti?

Fortunatamente, non ho subito attacchi violenti alle proiezioni del film. (Ma conosco bene questa esperienza, essendo un attivista contro l’occupazione: sia la violenza usata dall’esercito e dalla polizia contro le proteste palestinesi a cui partecipo, sia gli attacchi violenti di civili di estrema destra contro le manifestazioni contro l’occupazione nelle città israeliane). Paradossalmente, Miki Zohar, il Ministro della Cultura, ha ammesso di non aver nemmeno visto il film. La cosa non mi ha sorpreso. Non è il primo film che ha attaccato e accusato di diffamare i soldati israeliani, e ha semplicemente sfruttato l’occasione per ampliare la sua agenda: cambiare i criteri di finanziamento dei film in modo che pellicole di questo genere non vengano realizzate e limitare la libertà di espressione. Purtroppo, sembra che nulla lo fermi, e temo che non potrò più ricevere sostegno per film come questo. Quando ricevevamo i finanziamenti, c’era una completa separazione tra la sfera politica e i professionisti degli enti finanziatori, che valutavano le sceneggiature secondo criteri professionali, per quanto possibile. Nell’attuale clima, temo che avranno paura di sostenere film del genere. Posso aggiungere che un coraggioso distributore israeliano, che ha apprezzato il film, lo ha preso in carico e distribuito, ed è già stato visto da oltre 30.000 spettatori. È stata un’esperienza commovente e unica vederlo.
Il film ha raggiunto un pubblico sia tra gli ebrei sufficientemente aperti a vederlo, sia tra i palestinesi residenti in Israele.

Il film, come dicevi, è stato completato prima degli eventi del 7 ottobre 2023 ed è arrivato in Europa solo ora. Pensi che se fosse uscito prima, in questa parte del mondo, soprattutto da parte di un pubblico progressista che apprezza questo tipo di film, sarebbe stato accolto con lo stesso entusiasmo? Oppure, data la diffusa indignazione nei confronti del governo Netanyahu, sarebbe stato interpretato, pur non essendolo, come un’opera conciliante perché non mostra direttamente le atrocità, ma mette in luce le iniquità della politica?

Questa è davvero una domanda legittima. La risposta che posso dare è che ho realizzato questo film dopo molti anni di attivismo contro l’occupazione, e per rispetto e amore verso le persone da cui ho tratto ispirazione per la storia. Come ho detto prima, ho realizzato un documentario che mostrava in modo più diretto la brutale violenza dell’occupazione, e in questo caso ho voluto giocare su corde più sottili. Certo, le opinioni di chi vive fuori dalla nostra regione e condivide le mie idee politiche sono molto importanti per me, ma la reazione più importante è quella del pubblico palestinese che guarda il film e percepisce che esso rappresenta fedelmente la realtà. Detto questo, non credo che oggi, dopo tutto quello che è successo dopo il 7 ottobre e lo sconvolgimento che ho vissuto a causa delle atrocità commesse da Israele, oserei nemmeno pensare a una sceneggiatura simile.

Il tuo film, al di là del suo significato politico di fondo, solleva soprattutto la questione dell’identità: un palestinese in Israele deve sforzarsi di essere diverso da ciò che è (ti faccio un breve elenco: la kippah che il padre deve indossare per non destare sospetti, la foto di una donna sull’abbonamento dell’autobus prestato al padre, la mancanza di un permesso per entrare in Israele, il padre stesso, che nella prima parte del film è una voce anonima, quasi autoritaria, ma che in seguito si rivela un genitore premuroso e affettuoso, e anche la bellissima scena nel panificio, con la sua espressività appena accennata, in cui i corpi dei due ex amanti vorrebbero dire cose che la situazione e il presente non permettono).
The Sea ci dice forse che l’identità è un ostacolo alla realizzazione dei sogni individuali e che l’individuo, a causa della politica, è impotente nonostante il suo coraggio?

Questa è forse la questione fondamentale nella storia israelo-palestinese: viviamo tutti sotto lo stesso sistema di governo, ma il modo in cui il sistema tratta l’individuo è determinato prima di tutto dall’origine etnica. Questo crea una realtà profondamente razzista (che, tra l’altro, genera anche una gerarchia tra le diverse comunità ebraiche). L’educazione che riceviamo fin da piccoli – e io stesso ne sono stato esposto – è improntata alla separazione e alla paura. Non ho sempre avuto le idee politiche che ho oggi; solo all’inizio dei miei trent’anni ho preso coscienza della realtà nei territori occupati e ho capito che tutto ciò che mi era stato insegnato era una menzogna. Questo ha dato inizio a un processo in cui le persone che ero stato educato a considerare nemiche sono diventate amiche e complici nel mio cammino. Nella realtà attuale, questa separazione si sta solo acuendo. C’è sempre stato un senso di superiorità da parte ebraica rispetto a quella palestinese, ma per molti anni ci sono stati anche incontri umani come quello nella panetteria. In quegli incontri, le persone imparavano a conoscersi al di là degli slogan e del lavaggio del cervello a cui erano sottoposte dai media israeliani. Purtroppo, anche questo non esiste più oggi, perché la maggior parte dei palestinesi che un tempo si guadagnavano da vivere in Israele non ottengono più i permessi. La generazione di Khaled – quella dei bambini – non conosce più israeliani se non soldati o coloni, i quali a loro volta hanno subito un processo di radicalizzazione sempre più razzista e persino omicida. Spero che un film come questo, proprio perché non si concentra sulla violenza, possa permettere agli israeliani di aprire i loro cuori e creare una crepa in questo terribile muro di alienazione e separazione. Quando il film è uscito, non era ancora stato dichiarato a Gaza nemmeno un “cessate il fuoco”. E così è successo che, proprio mentre si commettevano atrocità, a un’ora di distanza a Tel Aviv, un pubblico sedeva in sala e versava lacrime per la storia di un bambino palestinese. Questo è molto importante in una realtà in cui gli israeliani si considerano le uniche vittime e faticano a identificarsi con la sofferenza palestinese.

The Sea è solo apparentemente un film semplice e immediato: la chiarezza delle immagini e della storia raccontata, questa impressione di una fiaba sospesa che si integra perfettamente con una prospettiva realistica derivata dalla tua precedente esperienza come documentarista, evidenzia la cura nella costruzione e nella scrittura, ricca di dettagli espressivi e momenti toccanti. Puoi parlarci del tuo metodo di lavoro, della costruzione delle immagini e della scrittura della sceneggiatura?

L’idea per il film è nata da un incontro con la realtà e dal fatto che, come attivista, ho incontrato molte persone in Cisgiordania, e quasi tutte parlavano della loro nostalgia per il mare. Questa cosa mi ha profondamente colpito e un giorno la storia è semplicemente emersa, quasi esattamente come appare nel film finito. Dal momento in cui ho pensato all’idea, ho anche capito che aveva una notevole forza come concetto cinematografico: un personaggio “fuori posto” che si imbatte in un ambiente potenzialmente ostile e pericoloso è già di per sé avvincente. La semplicità della narrazione deriva dalla mia posizione di regista israeliano che racconta la storia di un bambino palestinese. Sentivo che sarebbe stato stridente usare questa piattaforma per dimostrare quanto fossi “un regista di talento”, quindi mi sono impegnato a raccontare la storia in modo semplice, ma senza rinunciare alla sua potenza cinematografica. Nel contesto italiano, dovrei anche menzionare che una delle principali fonti di ispirazione per la scrittura è stata Ladri di biciclette di Vittorio De Sica. Quando vidi quel film, forse ottant’anni dopo la sua realizzazione, ne rimasi profondamente colpito, pur non conoscendo le sfumature del suo contesto storico. Volevo realizzare un film che avesse anche una dimensione universale, che potesse parlare anche a uno spettatore futuro, e che non fosse solo un documento politico sul “qui e ora”, ma qualcosa sugli esseri umani e sul modo in cui ci comportiamo gli uni con gli altri.

Alcuni dei tuoi riferimenti sono dichiarati, come Panahi e Il palloncino bianco, o l’appena citato Ladri di biciclette, per il finale pieno di commovente tenerezza tra padre e figlio. Altre sembrano ovvie, come il viaggio del bambino in Dov’è la casa dell’amico? di Kiarostami. Appena il film è iniziato, ho avuto la netta impressione che l’idea di raggiungere il mare fosse un tentativo di ribellione, come quello di Jean-Pierre Léaud ne I 400 colpi, anche se l’esito è ovviamente diverso, proprio per la situazione politica che descrive. Anche Truffaut è tra le tue influenze?

Adoro Truffaut e immagino che qualcosa del suo cinema si sia insinuato in me. Ma i film che hai menzionato hanno avuto un’influenza più consapevole su di me in questo caso. Detto questo, l’inquadratura finale de I 400 colpi era sicuramente nella mia mente quando ho pensato all’ultima scena. Come avrebbe potuto essere altrimenti…?

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Pubblicato da giampiero frasca

Scrive di cinema, ma solo quando gli va.

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