
Parliamo del nulla. Non di quello di cui parliamo sempre qui sopra, ma proprio di un qualcosa di immateriale, di elementi che alla fine, stringi e stringi, non ci sono proprio. Se n’è già parlato parecchio anche senza di noi, ma siccome siamo curiosi e intriganti, potevamo non dire la nostra guardando in prima persona? Certo, avremmo potuto, ma non lo faremo neanche stavolta.
Ci riferiamo a On this Day…1776, la serie ideata e prodotta dalla Primordial Soup di Darren Aronofsky e rilasciata sul canale YouTube di Time Studios. Per ora sono presenti tre soli episodi. È previsto un episodio a settimana per tutto il 2026, quindi cinquanta episodi in tutto (come gli Stati dell’Unione) per celebrare il duecentocinquantesimo anniversario dell’Indipendenza americana. Quale miglior momento di questo per magnificare il trionfo delle virtù democratiche?, verrebbe da pensare. Maliziosi che non siete altro.
Perché ci interessa questa serie? È la domanda retorica che ci poniamo per i pochissimi che non ne avessero ancora sentito parlare. Non certo per unirci alla celebrazione, di cui francamente ci interessa il giusto (ossia un cazzo), quanto perché questi episodi di pochi minuti (tre, massimo quattro) sono interamente realizzati con l’intelligenza artificiale. Precisamente con la DeepMind AI di Google.
Nulla è reale. Niente di niente. Probabilmente neanche l’idea di felicità individuale alla base della nascita costituzionale degli Stati Uniti, ma questo ci porterebbe a perderci in un discorso filosofico o satirico sull’origine degli Stati e siccome non abbiamo l’ambizione di trasformarci in novelli John Locke o Jean-Jacques Rousseau, ce ne stiamo nel nostro e parliamo di frontiere della rappresentazione, che ne abbiamo già d’avanzo. Nulla è reale, dicevamo. Non i personaggi che vediamo muoversi e parlare (recitare è una parola grossa) nelle immagini. Non le scenografie, ma tanto quelle, molto spesso, non lo sono più neanche nel cinema mainstream. Non la fotografia, ma ormai anche il colore e la luminosità sono corretti digitalmente. Non certo il montaggio, che non è più opera di artigianato da quasi trent’anni neanche se ve lo fate da soli a casa. E tanto meno sono reali gli obiettivi con cui vediamo esaltare, approfondire o schiacciare gli sfondi del paesaggio, supposto anche quello. L’unica presenza umana è la voce degli attori che doppia i personaggi sullo schermo.

Indignazione! Come ha osato? La morte del cinema! (che è una minchiata che sentiamo almeno dalla fine degli anni Settanta) E via a confliggere sui social tra pro (pochissimi e dileggiati) e contro (una moltitudine soverchiante). La critica stronca senza rimedio. Addirittura, sull’IMdb il voto medio degli utenti è — udite, udite! — 1,0 (alle 08:05 del 12 febbraio), forte di un impressionante 94,5% che che sa più di rivolta luddista che di giudizio di merito. Manco nella cazzo di Bulgaria, visto che ogni film davvero di merda che più di merda non si può almeno un 3,5 lo raggiunge sempre.
A me piacerebbe interrogare un sociologo o, meglio, uno psicologo delle masse per capire come mai i social siano sempre il regno ultimo dell’estremizzazione, anche se so bene che ciò che sentirei non mi piacerebbe. Però questa crocifissione unanime quasi quasi me lo fa diventare simpatico.

Noi faremo di tutto per rimanere neutrali: il blog non vuole assolutamente prendere una posizione. Un po’ per snobismo verso i social (ci concediamo solo YouTube, che è social solo di riflesso), un po’ perché non ci frega di parteggiare ma solo di osservare l’evoluzione delle possibilità audiovisive. Senza preclusioni, ma con una sola riflessione preliminare: se i personaggi, le scenografie, la fotografia e il montaggio non sono reali, ma lo è solo la voce dei doppiatori, non siamo nei territori piuttosto ampi dell’animazione? Qualcuno ha mai augurato la morte a Walt Disney, anche se, scava e scava, era pure filonazista?
Non so, qua sopra ci facciamo domande. Un po’ per rendere più lungo il post, un po’ per tentare di capire andando a tentoni. E quindi analizziamo un attimo.
Ogni episodio pare un trailer di qualcosa che sembra imminente ma che resta solo accennata, perché la narrazione non si dispiega: si giustappone, si accatasta, procede a flash di pochi secondi e ogni piano non dura che qualche istante, giusto per renderlo percepibile. Probabilmente, se pensassimo allo sviluppo di un intero film con la sua lunga durata, un lavoro pensato in questo modo non sarebbe assolutamente tollerabile, ma, d’altro canto, in questo tipo di narrazione fatta di momenti estemporanei, potrebbe anche esserlo. Un prodotto così concepito si rende conforme ai tempi e assume in pieno la brevità dei reel, puntando a rendere il tutto dinamico, essenziale, potabile e appetibile. Ruffiano, per capirci. È un’esperienza visiva diversa, funziona come flusso di brevi stimoli messi in un ordine sequenziale e indirizzati verso un punto culminante, non direttamente come veicolo narrativo. Piace? Evidentemente no, però tenta una via differente.

Quando dico che non piace, intendo proprio che da qualunque parte lo si guardi, è quasi impossibile trovare qualcuno che, non dico difenda, sarebbe davvero troppo, ma che sia perlomeno possibilista. C’è chi ne mette in dubbio l’attendibilità storica (anche se mancano ancora 47 episodi alla fine), perché AI e fake news sono un connubio difficile da sciogliere, anche se a quel punto sorge spontanea la domanda conseguente: Revolution di Hugh Hudson, pessima avventura celebrativa che fa naufragare anche Al Pacino, o Il patriota di Roland Emmerich con Mel Gibson riescono ad andare oltre nel punteggiare con vicende individuali il gran teatro della Storia sullo sfondo?
E volendo ribaltare la frittata: per quanto artificiali, i personaggi storici sono identici, ricreati fedelmente su un modello reale, seppur tradotto in dettagliati prompt, non attori scritturati sulla base di una somiglianza resa ancora maggiore da dosi massicce di trucco prostetico, magari. Mimesi assoluta. Non è un vantaggio? Così come quello di proporre punti di vista altrimenti impossibili (come il piano da sotto un lago ghiacciato), d’altronde già visti grazie alla grafica digitale (da cui la domanda: cosa cambia?). E ancora, come rifiutare alcune microconfigurazioni particolari, come quella che mostra (nel terzo episodio) una spedizione (del libraio Henry Know al forte Ticonderoga) in movimento lungo l’asse longitudinale, dando l’impressione del tempo che trascorre semplicemente mutando luce, ambientazione e condizioni meteo, e mantenendo la linea di movimento perfettamente continua? Non sono anche queste delle conquiste sul piano visivo, oltre che nel risparmio produttivo rispetto a un ipotetico piano di lavoro?

Il quotidiano di riferimento di questa città una volta a vocazione industriale che presto cambierà padrone nell’ambito di una generale dismissione dei beni di famiglia (di quella famiglia) ha titolato «La prima serie d’autore con l’Ai: troppo perfetta per essere credibile». Ma è davvero questo il problema di quest’operazione? La sua presunta perfezione? Barry Lyndon, giusto per rimanere in un periodo simile, anche se ambientato in un altro continente, era un film perfetto; guardatelo, mettete in pausa durante le scene di massa e aguzzate la vista: trovate qualcosa di non assolutamente perfetto? Non lo troverete. Ma il problema di On this Day…1776 non è la perfezione, anche perché è tutto meno che perfetto.
Prima di tutto i labiali non sempre coincidono, ma per noi italiani abituati al doppiaggio, cosa volete che sia non avere una coincidenza perfetta tra articolato e proferito?
Ma c’è dell’altro. E su questo altro permettetici il dettaglio. Grazie della pazienza che mostrerete.

Il cavallo si impenna, l’inquadratura è dal basso, roboante e prepotente. Ma qualcosa che non torna c’è ed è la criniera dello stesso cavallo, che non si muove nonostante il dinamismo dell’inquadratura, manco fosse il cavallo dell’Orlando furioso dello sceneggiato televisivo di Ronconi andato in onda nel ’75 su Rai Uno (all’epoca si chiamava Programma Nazionale: sarebbe piaciuto alla Meloni).

Quando ormai mi ero di fatto ritirato dal calcio perché di settimana in settimana, invece della porta avversaria, intravedevo la linea dell’orizzonte come nemmeno Holly e Benji, sono approdato nel calcio a cinque (non quello dei panzoni che si stirano di giovedì, quello serio, giocato con illusorio agonismo e anche qualche rissa, altrettanto seria), così potevo soddisfare il mio ego toccando 200 palloni a partita e facendo caterve di gol. E in quel luogo franco che sono sempre stati gli spogliatoi, c’era un compagno di squadra che chiamavamo affettuosamente “Capa di bambola”, perché aveva i capelli riuniti in ciuffi che sembravano piantati singolarmente nel cuoio capelluto con un uncinetto, come la bambole artigianali di una volta (era anche probabilmente il più grande esperto di Beatles in Italia e a lui, che era più vecchio di qualche anno, devo la conoscenza di Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band, ma questo negli spogliatoi, si sa, non conta). Ebbene, l’inquadratura qua sopra mi ha fatto venire in mente proprio “Capa di bambola”, perché la spazzola passa sui capelli della patriota intenta a leggere il Common Sense scritto da Thomas Paine e destinato agli abitanti delle colonie, ma passa quasi accarezzando la testa, i capelli paiono scolpiti sul cranio come quelli di Big Jim, manco della Barbie, che pure li aveva fluenti.

E sempre parlando di Common Sense guardate queste mani che vi passano sopra se non paiono quelle dell’omino Michelin, talmente sono gommose (sarebbe meglio dire che ricordano quelle di Woody Harrelson in Kingpin, l’unico film per cui ho rischiato seriamente l’infarto durante la prima mezz’ora, ma il riferimento si perderebbe: chi mai è riuscito a vederlo prima che facesse perdere le sue tracce?). E poi, è un istante, mezzo secondo, una fugace impressione, la sensazione di un attimo, ma c’è qualcosa che turba e allora tocca fermare. Per verificare. E così si nota che quell’America cui il pamphlet di Paine è destinato, grazie alla scia dell’intelligenza artificiale generativa in quel breve passaggio delle dita è diventata “Λ (lambda) AMEREEDD”. Non vuol dire un cazzo, se non si fa riferimento al dialetto barese, però chiarisce subito la filiazione.
Non so, onestamente, se sia la nascita di una nuova grammatica dell’audiovisivo. Per ora sono solo scorie di un qualcosa che tuttavia non saranno certo gli strepiti dei puristi a fermare. Fatevene una ragione. Anzi, questo è solo l’inizio. E se pensate che On this Day sia fatto male, guardate di cosa è stata capace l’Inter per magnificare i 171 gol di Lautaro Martinez, tra numeri di maglia mai indossati e prospettive che manco nei bachi di EA Sports. Pura sciatteria. Ma si sa che l’invidiabile “modello Inter” vivifica solo all’interno del loro mondo fatato.
E siccome, in realtà, noi non abbiamo preso una posizione, abbiamo solo segnalato dei rilievi oggettivi, mi piacerebbe molto sapere cosa ne pensate voi. Da che parte state? Vale tutto, ma fatemi sapere qui sotto. Ci tengo molto. Davvero.



A me non dispiace affatto: è un tentativo diverso, magari acerbo, ma interessante.
Se si vogliono esplorare nuove forme di racconto storico, ben venga qualche rischio.
Non tutto deve per forza somigliare al cinema che conosciamo da sempre.
Inquietante.
Tutto è levigato, perfetto, ma allo stesso tempo vuoto, manca l’anima.
La storia ridotta a immagini patinate e lampi spettacolari.
Se questo è il modo di celebrare un anniversario così importante, siamo messi male.
Non basta qualche trovata visiva per sostituire profondità e verità.
Un esercizio di stile.
Tre pappine vi ha rifilato l’Inter.
Spiaze
Lei è un po’ off topic, ma il mio grande senso umanitario fa sì che io le risponda e non la cestini. Appunto, come dicevo nel post, nel vostro mondo fatato siete convinti di aver rifilato tre pappine; io ho visto ben altro, ma non pretendo che data la sua origine abbia la mia stessa lucidità. Si accontenti.
Ancora a dare la colpa agli arbitri? Rubentus a casa a testa bassa stasera
Torni pure, quando alzerà il livello. Aspetto fiducioso.
Aronofsky a inizio carriera prometteva bene, poi … una progressiva discesa, un flop dopo l’altro
Personale top tre: Noah, The Whale, Caught Stealing. L’inizio della sua carriera vale poco.
AI = Morte del Cinema.
Ridateci la New Hollywood
Ricordiamoci di Mother …
🙁
Frasca, non le sembra ci sia troppa pubblicità sul sito?
Sono d’accordo con lei. Ma non ne sono responsabile.
Trovo solo che sia sublime diventare un blog/sandwich senza prendere una lira.
Come hai evidenziato al momento al momento i difetti ci sono, eccome. Soprattutto su quelle aree in cui le reference sono difficili da trovare (movimenti di erba, trame di tessuto, parti umane, …) ma questi si risolveranno più in fretta di quanto immaginiamo. Il web si popola continuamente di ciò che serve (ed anche di ciò che non serve purtroppo). Io credevo che la vera differenza tra finzione e realtà fossero le emozioni, i sentimenti che escono davanti ad una bella sequenza. Pensavo di trovare solo filmati freddi. Mi sto ricredendo. Anche con AI ho visto girati che emozionano. Che ti fanno riflettere. Alla fine è sempre la rappresentazione di qualcosa che qualcuno ci vuole mostrare, solo con un altro strumento, non con attori ma con avatar. Ci abitueremo. Forse quello che mancherà di più è non sapere con chi sta uscendo Brad Pitt oppure quanti soldi Angelina riesce a spillargli…. o forse no. Anche gli avatar avranno una vita al di fuori dello schermo….